Dal pacchetto al racconto [ Marketing 2.0 : è un caffè sospeso] ottava parte

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Per vendere “letti” e fare sconti ci sono già, da molto tempo, altri canali. Ma quello è ancora il turismo dello standard.

Per veicolare passioni, racconti, storie, emozioni, beni relazionali, territori, per offrire risposte a bisogni comunitari…, i vecchi canali non sono adeguati. La crisi dei Tour Operator tradizionali (ancorati ai pacchetti ottocenteschi stile Thomas Cook), la stagionalità brevissima di tante destinazioni standard, e l’impasse di tanti Enti Turistici (sospesi tra logica delle vecchie APT e certe “Destination Management Organisation” nate con approcci unidirezionali), e lo stesso poco appeal dei siti web tradizionali, è frutto anche di questo scenario, dell’incapacità cioè di dare risposta alle nuove domande di quella che io chiamo la quarta generazione dei turisti, una generazione liquida.

A questo punto mi pare necessario sottolineare che anche nell’ambiente 2.0 si fronteggiano due scuole di pensiero, due atteggiamenti:

– da un lato ritroviamo ancora una volta quello acritico e meccanicistico, per il quale ad ogni stimolo inviato deve necessariamente corrispondere una reazione, e l’attività dell’impresa nel web è vista come una valanga di stimoli, “tanto qualcuno abbocca”, indipendentemente dalle motivazioni, dai contenuti e dai valori;

– e dall’altro lato ritroviamo un atteggiamento, a volte magari più ruspante – parlando di Blog Alessio Carciofi direbbe giustamente “artigianale” – che è diretta filiazione della rivoluzione della quale parlo in questi interventi. E che assai meglio di me, e prima di me, era descritta nel Cluetrain Manifesto. [A proposito dimostriamo con i fatti che non è vero quanto i critici del Cluetrain Manifesto hanno scritto, cioè che il marketing relazionale “è solo un altro canale, piuttosto che una rivoluzione”, e dimostriamo che non è vera neanche l’altra critica per la quale quanto accade sul web “in molti aspetti chiave, è ancora business as usual”].

Un atteggiamento più artigianale, si diceva un attimo fa, ma più corretto, proprio come quello di chi lascia nella rete un caffè “sospeso”. Ne parlo un momento così spiego anche il perché del titolo di questi miei interventi.

In alcuni bar di Napoli sopravvive l’antica tradizione del caffè sospeso, una tradizione bellissima che testimonia che la solidarietà parte dalle piccole cose di tutti i giorni. Sospeso significa che il barista lo riserverà a chi, nel corso della giornata, pur avendone desiderio non sa come pagarlo. Ma non si tratta di elemosina, quanto piuttosto di un piccolo segno di solidarietà e di comprensione verso il “prossimo”. Il caffè sospeso è dunque un gesto di accoglienza e di condivisione, ed è esattamente questo il comportamento coerente sul web.
Ho detto all’inizio dei miei interventi che proprio perché valorizza la relazionalità calda, il marketing 2.0 esalta l’approccio italiano, proprio per questo non può essere definito un drink o un cocktail. Il marketing 2.0 è un caffè espresso. Anzi un caffè sospeso.
(Continua)

p.s. le critiche al Cluetrain Manifesto le ho prese da

http://it.wikipedia.org/wiki/The_Cluetrain_Manifesto

@GDallAra

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